Si definiscono gallerie tutti quei fenomeni fisici che si manifestano solo in presenza di interessanti trasmissioni radiofoniche o telefonate importanti.
La loro lunghezza aumenta con la durata della trasmissione o l’urgenza della telefonata.
(Post n.0197) Definizioni
16 dicembre 2011(Post n.0196) Vi odio
14 dicembre 2011- ho un problema col database, non si apre più- lo so, è stato spostato in un nuovo server, ti ho inviato una email che spiega come fare- ah sì? no perchè… non l’ho ancora letta… non è che puoi passare qua e me lo metti a posto tu? Ho paura di fare casini..
(Post n.0195) Vaffanculo of the week
24 ottobre 2011C’è questo spot in TV che ora non riesco a trovare su youtube perchè uno nella vita ha cose più importanti da fare che star lì a cercare su youtube uno spot televisivo.
C’è questa ragazza e questa voce fuori campo che dice “puoi essere un giocatore…” mentre lei è ripresa dall’alto sdraiata mezza nuda credo non ricordo comunque in quella posa un po’ lasciva tipo la biondina adolescente di American Beauty quando le cadono i petali rossi addosso solo che in questo caso al posto dei petali le cadono le fiches, praticamente le cadono le fiches sulla fichas, anche se le fiches sembrano i gettoni delle macchinine dell’autoscontro o forse tutto questo è frutto della mia immaginazione.
Poi c’è sempre questa ragazza e questa voce fuori campo che dice “…o puoi essere un non giocatore” mentre lei è ripresa vestita da sfigata seduta su una sedia accanto un grassone che mangia popcorn e le sbriciola tutto addosso.
Dopodichè vengono ripresi dei coglioni che giocano a poker e appare in sovraimpressione il nome del sito eccetera eccetera.
Sfumatura al nero. Silenzio.
Ho voltato la testa verso mio padre seduto in poltrona, lentamente. Lui ha fatto la stessa cosa con me.
Ci siamo guardati per un secondo e ci siamo detti un mucchio di cose credo. Senza aprire bocca. Una perfetta sintonia di pensiero che la brigliadori con le sue stronzate new age ci fa una sega. Un fottuto allineamento delle sinapsi, mi sono sentito vecchio e felice di esserlo.
Il messaggio dello spot è chiaro: se giochi sei fico altrimenti sei uno sfigato.
Ciò che il messaggio non dice è che le fiches costano soldi, e voi stronzetti quindicenni che credete di conoscere come gira il mondo ma vivete sotto il tetto di mamma e papà, quei soldi dovete chiederli ai vostri genitori, e io non posso che augurarmi e augurarvi di ricevere da loro tanti, ma tanti calci nel culo vostro e di quei mentecatti che hanno prodotto e messo in onda una merda del genere.
(Post n.0194) Venerdì di Luglio
21 ottobre 2011Ore nove, apro gli occhi, i sensi tornano lentamente a galla, come quando esci da una lunga galleria.
Il mal di testa che ieri mi ha accompagnato a letto è quasi del tutto scemato, in compenso mi sento come se mi avessero smontato e riassemblato seguendo le istruzioni ikea.
Mi tasto il culo, è ancora lí, gratto. Sollievo.
Cambio posizione, non funziona: dalla finestra filtrano suoni di aspirapolvere e motori e voci anziane che si sovrappongono portando avanti discorsi diversi contemporaneamente.
Là fuori c’è il mondo che si dà da fare e il disagio di sentirmi tagliato fuori mi impedisce di riprendere sonno, l’aria appiccicosa non aiuta; sguscio fuori dal letto a malincuore.
Alzo la serranda di pochi centimetri, sbircio fuori, sole, la mattina è tutta per me.
La mia camera d’albergo è squallida. niente tv, niente frigo. Neanche un comodino.
Una vecchia sedia scricchiolante con un paio di asciugamani adagiati sopra.
Quante persone ci avranno scopato su quella sedia e quante ancora prima che cederà? Quante su questo letto?
Faccio pipì. Sulla porcellana del water c’è una lingua marrone di origine atavica che resiste allo sciacquone. Il bidè è rasente al muro, riesco a cavalcarlo dopo una faticosa serie di manovre che poi vanno ripetute in perfetto ordine inverso per non restarci incastrato a vita.
La doccia è praticamente un optional, di quelle senza cabina con lo scarico sul pavimento, al centro della stanza se vogliamo chiamarla stanza questo cubicolo claustrofobico.
La carta igienica è pessima, si strappa e ti resta appiccicata al culo.
L’acqua che esce dal lavandino impiega una trentina di secondi per sfumare dal marrone al trasparente.
A briatore non succederebbe mai.
Mi vesto frettolosamente, agguanto marsupio e macchina fotografica e sgattaiolo fuori, mi tuffo nel mondo.
Il mondo è pieno di stranieri dalla capigliatura bionda che vanno al mare con gli infradito ai piedi.
Quelli che questa città la abitano e l’hanno tirata su mattone dietro mattone sono troppo occupati a lavorare per godersela.
Il sole picchia, decido di lasciare il marsupio in macchina.
Raggiungo il lungonare con la fronte imperlata di sudore e cammino per qualche centinaia di metri alla ricerca di una gelateria, ne trovo una accanto ad un enorme palco che stasera ospiterà musica dal vivo.
Prendo un cono, fior di latte e crema.
Non sa di niente.
Con l’aggravante della correzione di panna posizionata SOTTO il gelato, e non sopra come accade nel resto della galassia.
Ora dico ok non seguire il gregge e l’originalità e quello che vuoi, ma non c’è niente di peggio di finire il gelato e ritrovarsi a fronteggiare un malloppo di panna compresso nel cono: tutta la sensazione di freschezza dissetante va a puttane in un secondo.
Butto il cono nel primo cassonetto a portata di mano, tiro dritto per il mercato.
Ho sete, inizio a sentirmi le gambe stanche, sto sudando nella mia camicia troppo poco estiva.
Decido di comprarmene una più leggera. I soldi, penso, coi soldi esci fuori da qualsiasi situazione senza fatica. Il segreto sta nell’averli.
Mi fermo davanti una bancarella, ne trovo una carina indossata da un manichino esposto.
Il tessuto è leggerissimo, il colore non è male, ma la targhetta è senza prezzo e non si capisce se sia disponibile nella mia misura.
Una ragazza appariscente sta mettendo in ordine la merce, non si accorge della mia presenza, decido di proseguire la mia ricerca altrove.
Giro in lungo e largo per il mercato senza trovare niente di meglio, così finisco di nuovo davanti al manichino.
Faccio per chiedere il prezzo alla proprietaria ma le mie intenzioni si dissolvono prima di concretizzarsi, e ad un tratto realizzo di non voler interagire con altri esseri umani, piuttosto resto senza camicia. Mi volto e torno da dove sono venuto.
Vorrei andarmi a sdraiare sul letto della mia camera d’albergo, ma a quest’ora la staranno sicuramente sistemando.
Potrei farmi un giro in macchina a finestrini abbassati, ma perderei il parcheggio, che in questo periodo è più prezioso dei bot.
Entro in pineta. Le folte chiome degli alberi riparano l’ambiente dal sole, l’aria è meravigliosamente fresca.
Mi guardo attorno spaesato: mamme e carrozzine, uomini e donne in pantaloncini che fanno footing con gli auricolari, sentieri che si diramano, chioschetti, giochi per bambini, campi di bocce, da tennis, piste da ballo.
Mi sto lasciando sfuggire di mano la cosa più preziosa che ho: il mio tempo.
La routine crea mostri. Penso ai miei colleghi in pausa caffè davanti la macchinetta, alla falsa sicurezza di una vita in gabbia e al modo subdolo con cui ci hanno addestrato a viverla fin da piccoli, chiusi tra le quattro mura di un asilo o scuola o università o posto di lavoro insieme a persone di cui non ci frega niente, mentre tutti gli affetti e le aspirazioni reali sono tagliati fuori e infilati in un cassetto che non abbiamo mai tempo di aprire, e quando ne abbiamo siamo troppo stanchi per goderceli.
Poi c’è oggi e mi ritrovo fuori dal flusso, a respirare aria appena sputata da alberi verdi, e mi sento in gabbia lo stesso perchè avere tutte le possibilità del mondo è come non averne, se non affronti la cosa con un minimo di preparazione.
Decido di affittare una bicicletta.
“Mi lasci un documento” dice la proprietaria, e io maledico il momento in cui ho lasciato il marsupio in macchina.
Impiego circa dieci minuti e tre litri di sudore per andarlo a recuperare. Quanto cazzo bisogna ancora aspettare quei cosi che ti scansionano la retina?
Poi finalmente salgo in sella e il mondo si fa più semplice: ad un tratto le distanze non sono più un problema, così come non lo è il traffico, nè la mancaza di posti macchina.
Due pedalate e mi ritrovo di fronte alla gelateria di prima, senza sudore, senza fatica.
E’ un miracolo.
Le mie possibilità esplorative si moltiplicano a dismisura: tutti i luoghi nelle vicinanze perdono immediatamente fascino, le mete intriganti si estendono oltre l’orizzonte, ora che ho due ruote.
Punto verso nord e mi do da fare coi pedali, e lascio scorrere il paesaggio e le persone e i pensieri. E potrei restarci qualche secolo dentro questo stato di cose privo di contorni e attriti, con le gambe che pedalano per kilometri e kilometri cariche d’aspettativa.
Poi è come se qualcuno avesse premuto l’interruttore dei sensi e di colpo m’accorgo che il sole si è fatto alto e la testa brucia e il culo è indolenzito e le gambe stanche e il sudore mi soffoca e l’arsura mi impasta la bocca e secca la gola.
Mi fermo davanti una gelateria ed eccomi qua, sudato nella mia camicia troppo estiva mentre mangio un altro gelato che non sa di un cazzo.
(Post n.0192) Non ho niente da dire
19 agosto 2011Ho mantenuto lo sguardo fisso sulla mia pizza ai wurstel senza mozzarella per tutto il tempo o quasi, mentre voi altri parlavate di vita vissuta e da vivere.
Ho assorbito in silenzio questo traffico di informazioni concitate e al limite della sovrapposizione che partiva verso il bancone e rimbalzava indietro come in una specie di partita a tennis dove ogni scambio si arricchisce di nuove traiettorie e ritmi.
Avete parlato di socialismo, di crisi finanziaria, dei paesi scandinavi, di tasse e prostituzione e carte di credito e dell’Italia e del passato e del futuro, mentre restavo con lo sguardo sulla pizza.
Mi avete lanciato occhiate oblique per tentare di decifrare mie possibili posizioni sugli argomenti, per capire se fossi dei vostri oppure no.
Senza riuscirci.
Allora le occhiate si son fatte piú sospettose e i discorsi piú sottili, perché quelli seduti da soli e in silenzio ai tavolinetti negli angoli piú remoti dei locali hanno sempre le idee chiare e una pistola nascosta nello stivale.
E invece, semplicente, non avevo nulla da dire a parte che c’ho messo 36 anni per capire che senza mozzarella, la pizza mi piace di piú.
(Post n.0191) I bufali sono persone migliori
25 luglio 2011Certo che siete stronzi.
Stronzi ed egoisti.
Ok diavolo, lui aveva la pistola ma voi eravate in 500, c-i-n-q-u-e-c-e-n-t-o.
Avreste potuto travolgerlo come una mandria di bufali, avreste potuto accerchiarlo non so, avreste potuto massacrarlo, bastava agire insieme, mettervi daccordo un attimino, tirare fuori le palle.
E ok, ok, magari i più sfigati, quelli in prima linea, sarebbero caduti sotto il fuoco nemico, ma quanti sarebbe riuscito a seccarne in questa maniera? Cinque? Dieci?
Invece no. Tutti a cercare di salvare il proprio culo, stronzetti egoisti.
E lui, coso, il pistolero, ne ha fatti fuori 90, indisturbatamente.
I bufali avrebbero attaccato in massa, sacrificando le proprie vite per salvare la comunità, non come voi 500 stronzi egoisti che sapete solo pensare al vostro culo, guardate i bufali, imparate dai bufali.
Non dico che vi sta bene, e non nego che sia facile scrivere queste cose comodamente davanti il mac, però dai, un po’ siete dei coglioni ammettetelo.
E stronzi.
E egoisti.
Chi non è daccordo non se la prenda con me: queste puttanate le ho copiate gratis da qualcuno che invece viene pagato fior di quattrini per scriverle.
Forse avrà pensato che presentandolo come carta da culo, avrebbe incrementato le vendite del suo giornale, chissà.
(Post n.0190) Ti fideresti?
30 maggio 2011Lo dicono gli studiosi: un utente è disposto ad aspettare 15 secondi per l’apertura di una pagina web, poi si rompe le palle e passa ad altro.
Io sono un utente, o almeno così mi vedono quelli là, gli studiosi.
E posso dirvi che per un filmatino amatoriale su youporn sono disposto ad aspettare anche 10 minuti, ma se escludiamo questo caso limite direi che la storia dei 15 secondi può starci, e basta un po’ di buon senso per capirlo.
Se usassimo un po’ di buon senso il mondo sarebbe più semplice, e gli studiosi potrebbero dedicarsi ad altro, come farsi un giro su youporn e rivedere i loro calcoli.
SISTRI è un sito web attraverso cui tutte le aziende, a partire da Giugno, dovranno per legge gestire lo smaltimento dei rifiuti.
L’idea è del nostro ministro dell’ambiente. Uno pensa apperò il ministro dell’ambiente, poi va a vedere e scopre che è la prestigiacomo.
Quello che nessuno ci ha detto, comunque, è che SISTRI è un sito di merda.
Perchè 45 minuti per effettuare un login sono sopportabili solo se stai tentando di acquistare i biglietti di un concerto degli AC/DC.
Perchè la matematica non è un’opinione, diceva la mia professoressa.
Odiava le calcolatrici, ed era zitella.
Le due cose non sono correlate credo, ma è tutto ciò che ricordo.
Una volta dicevo zitella e mi veniva da ridere, ora ho capito, le zitelle sono esseri che soffrono.
Ci sono quelli che hanno subìto l’amputazione di un braccio o una gamba, e ci sono le zitelle.
Le zitelle sono quelle che gli hanno amputato l’amore, e negli occhi non leggi niente, ci parli ed è come raccontare barzellette a un coccodrillo.
Quella puttana ci riversava addosso tutte le sue frustrazioni sotto forma di simboli algebrici, e io ancora sogno di essere chiamato alla lavagna a rendere conto su logaritmi in base x e cose così.
Ma non bisogna essere degli assi in analisi matematica nè zitelli per capire che 45 minuti d’attesa sono 2700 secondi, che diviso 15 fanno 180.
Centottanta.
Centottanta volte oltre la soglia massima d’attesa tollerabile, e senza neanche una gif animata di donnina nuda che si spreme i capezzoli con le dita.
Quarantacinque interminabili minuti per riuscire ad arrivare alla schermata di lavoro; a quel punto ti domandi se da qualche parte non si nasconda marco balestri, o un’opzione per comprare un biglietto degli AC/DC.
Alla fine dici “mah”, fai click per inserire una registrazione e… “pagina scaduta per timeout”. Cazzo neanche myspace faceva così.
Resti un secondo inebetito davanti a quel messaggio a video.
Sbirci sotto al tavolo sperando di trovarci marco balestri ma niente, è tutto vero.
Tutto da rifare. Chiudi il browser, ricominci da capo con la sensazione di vivere in un moviolone di biscardi.
Ho pensato ai cervelli in fuga.
Siamo un branco di incapaci diciamocelo. I migliori hanno già preso un biglietto di sola andata per qualche località che non sia l’Italia, e noi moriremo soffocati dalla nostra merda.
Siamo rimasti tu, io, e un gruppetto di gente che non sa mettere su neanche un sito web sovvenzionato da nientepopodimenoche il ministro dell’ambiente.
Un sito web santo cielo.
Ora, lasciate da parte l’orientamento politico e le statistiche e i trend e tutti gli studi scientifici del caso, e ditemi con che coraggio uno può lasciargli costruire una centrale nucleare, a questi qua.
(Post n.0189) Please forgive me
13 maggio 2011La razza umana facciamo schifo.
La razza umana facciamo errori.
La razza umana ce lo sai, perciò quando puoi perdoni, quando no, sfanculi.
Sfanculare è facile, tanto siamo sette miliardi, le ruote di scorta non mancano.
Perdonare puoi farlo in mille modi diversi.
Una volta ti sguinzagliavano addosso mengacci. Un colpo basso, ma funzionava.
Voglio dire ti ritrovavi mengacci sulla porta, lo guardavi e capivi di non aver problemi e di non averne mai avuti.
Oppure.
A scuola ti davano tempo un trimestre prima di passare la pagella ai tuoi. O era un quadrimestre? Poco importa, erano i miei tempi e un sacco di cose andavano diversamente ai miei tempi.
Tipo la calcolatrice scientifica. Con tutti quei tasti. Gialli rossi piccoli grandi, non ci capivi un cazzo.
Di tutti quei tasti in più usai solo l’x elevato alla y.
Una Casio. Quelli degli orologi. Facevano ottime calcolatrici, dicevano.
Me la fregarono.
Un giorno andai a mangiarmi una focaccia in corridoio a ricreazione, come mille altre volte.
Poi tornai al mio banco, frugai nella tasca dello zaino Seven e quella non c’era più.
Il mio zaino Seven era giallo con le tasche fucsia e ci avevo scritto “Queen” ai lati usando l’uni posca nero, poi avevo aggiunto l’outline argento usando un pennarello molto puzzolente.
Seven era la marca antagonista della Invicta, un po’ come i Blur con gli Oasis.
Gli zaini Seven erano roba ben fatta e costavano un’occhio della testa, ma ti facevano sentire di serie B. Non a me. Non mi è mai fregato un granchè degli zaini che portavo a scuola.
Non ricordo neanche quelli che avevo alle elementari, eccetto una cartella che si chiudeva con doppie linguette metalliche.
La comprammo a un supermercato, in settembre.
Il reparto scuola dei supermercati aveva un odore meraviglioso, ma sotto sotto, mentre sceglievi astucci e quaderni pensavi fine della pacchia.
Quella cartella pesava da morire e mia madre la portava per me. In una mano teneva la mia, nell’altra quella di mia sorella.
Mi madre ci lavava faccia e culo e vestiva e ci passava il latte e biscotti e ci accompagnava a scuola a piedi con le nostre cartelle in mano.
Niente suv del cazzo ai tempi, neanche ora per quanto mi riguarda. Bei tempi. Oddio non saprei. Per me la merda cominciava quando, cartella alla mano, io varcavo il cancelletto e mia madre no.
Non era una bella cartella, anzi fu la più brutta di tutte le cartelle avute in cinque anni di elementari. La più brutta dell’universo, azzarderei. Ma è l’unica che ricordo ancora.
Senza disegni, ricoperta di una specie di imbottitura gommosa, a strisce verdi e bianche, sembrava cacca di piccione secca. La scelsi io, al supermercato.
La aprivi e venivi travolto da una puzza di banana inaudita.
Non ricordo le merende che facevo alle elementari, ma ricordo la puzza di banana, quindi non doveva trattarsi di rigatoni al tartufo.
Alle superiori invece avevo la focaccia spaccata a metà con gli affettati dentro.
Finito di mangiare QUELLA focaccia, la calcolatrice scientifica Casio non c’era più. Puff. Magia.
Su due piedi pensai che forse stavo guardando nella tasca sbagliata, ma dopo aver rivoltato lo zaino come un calzino non mi restò che prenderne atto. Avevo perso.
Qualcuno mi aveva fottuto la calcolatrice, e quel qualcuno era una delle tante teste di cazzo con cui avrei dovuto condividere un quinquennio.
Quinquennio, che parola buffa, che ridere.
Oggi è un altro pianeta.
Oggi dici calcolatrice scientifica e ti sputano in un occhio. Ti tirano fuori l’iphone e ti scaricano l’app con dentro Zichichi.
La pagella, si diceva.
Se ci pensi è un metodo di perdono.
Avevi un certo tempo.
Allo scadere del tempo si mettevano sulla bilancia gli errori e le toppe e si tirano le somme.
Se sgarravi potevi metterti sotto e recuperare. Riuscire a stare a galla.
Il metodo della pagella potrebbe essere una specie di perdono per le stronzate fatte.
Hai sbagliato? Rimedia, e l’errore ti sarà perdonato, dipende da te.
Oggi sono stato perdonato per una cosa di ieri. Sulla fiducia insomma. Niente pagelle, niente medie, niente tempi d’attesa se non una lunga interminabile notte troppo appiccicosa per mantenere una posizione stabile sotto le coperte.
E’ la seconda volta che mi capita quest’anno.
Finchè sei tu con te stesso le cose filano lisce. Monotone, deprimenti, senza senso magari. Ma lisce.
Ti autoconvinci di aver trovato un equilibrio, un modo giusto di agire, di vivere la vita.
Tutto questo va a puttane non appena inizi a confrontarti con qualcuno.
E più lasci scivolare qualcuno nell’anima, più ti ritrovi a fare i conti coi tuoi lati oscuri. Bella scoperta.
Forse ti eri sopravvalutato un po’, idiota.
Ho perdonato tante volte, negli ultimi anni, ma sono passati fiumi e fiumi d’acqua sotto i ponti, prima di ritrovarmi nel ruolo opposto.
E’ strano, non sono abituato, non sono abituato a ricevere. Non me lo merito neanche, credo.
Però lo accetto.
Lo accetto e ne faccio tesoro, perchè il tempo delle pagelle è roba da dinosauri, e grazie a Dio non torna più.
(Post n.0188) Certezze
12 maggio 2011Una cosa è certa, non puoi dare niente per scontato.
Ma se non puoi dare niente per scontato significa che non puoi avere certezze.
E se non puoi avere certezze significa che la prima frase di questo post è falsa.

