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(Post n.0189) Please forgive me
13 maggio 2011La razza umana facciamo schifo.
La razza umana facciamo errori.
La razza umana ce lo sai, perciò quando puoi perdoni, quando no, sfanculi.
Sfanculare è facile, tanto siamo sette miliardi, le ruote di scorta non mancano.
Perdonare puoi farlo in mille modi diversi.
Una volta ti sguinzagliavano addosso mengacci. Un colpo basso, ma funzionava.
Voglio dire ti ritrovavi mengacci sulla porta, lo guardavi e capivi di non aver problemi e di non averne mai avuti.
Oppure.
A scuola ti davano tempo un trimestre prima di passare la pagella ai tuoi. O era un quadrimestre? Poco importa, erano i miei tempi e un sacco di cose andavano diversamente ai miei tempi.
Tipo la calcolatrice scientifica. Con tutti quei tasti. Gialli rossi piccoli grandi, non ci capivi un cazzo.
Di tutti quei tasti in più usai solo l’x elevato alla y.
Una Casio. Quelli degli orologi. Facevano ottime calcolatrici, dicevano.
Me la fregarono.
Un giorno andai a mangiarmi una focaccia in corridoio a ricreazione, come mille altre volte.
Poi tornai al mio banco, frugai nella tasca dello zaino Seven e quella non c’era più.
Il mio zaino Seven era giallo con le tasche fucsia e ci avevo scritto “Queen” ai lati usando l’uni posca nero, poi avevo aggiunto l’outline argento usando un pennarello molto puzzolente.
Seven era la marca antagonista della Invicta, un po’ come i Blur con gli Oasis.
Gli zaini Seven erano roba ben fatta e costavano un’occhio della testa, ma ti facevano sentire di serie B. Non a me. Non mi è mai fregato un granchè degli zaini che portavo a scuola.
Non ricordo neanche quelli che avevo alle elementari, eccetto una cartella che si chiudeva con doppie linguette metalliche.
La comprammo a un supermercato, in settembre.
Il reparto scuola dei supermercati aveva un odore meraviglioso, ma sotto sotto, mentre sceglievi astucci e quaderni pensavi fine della pacchia.
Quella cartella pesava da morire e mia madre la portava per me. In una mano teneva la mia, nell’altra quella di mia sorella.
Mi madre ci lavava faccia e culo e vestiva e ci passava il latte e biscotti e ci accompagnava a scuola a piedi con le nostre cartelle in mano.
Niente suv del cazzo ai tempi, neanche ora per quanto mi riguarda. Bei tempi. Oddio non saprei. Per me la merda cominciava quando, cartella alla mano, io varcavo il cancelletto e mia madre no.
Non era una bella cartella, anzi fu la più brutta di tutte le cartelle avute in cinque anni di elementari. La più brutta dell’universo, azzarderei. Ma è l’unica che ricordo ancora.
Senza disegni, ricoperta di una specie di imbottitura gommosa, a strisce verdi e bianche, sembrava cacca di piccione secca. La scelsi io, al supermercato.
La aprivi e venivi travolto da una puzza di banana inaudita.
Non ricordo le merende che facevo alle elementari, ma ricordo la puzza di banana, quindi non doveva trattarsi di rigatoni al tartufo.
Alle superiori invece avevo la focaccia spaccata a metà con gli affettati dentro.
Finito di mangiare QUELLA focaccia, la calcolatrice scientifica Casio non c’era più. Puff. Magia.
Su due piedi pensai che forse stavo guardando nella tasca sbagliata, ma dopo aver rivoltato lo zaino come un calzino non mi restò che prenderne atto. Avevo perso.
Qualcuno mi aveva fottuto la calcolatrice, e quel qualcuno era una delle tante teste di cazzo con cui avrei dovuto condividere un quinquennio.
Quinquennio, che parola buffa, che ridere.
Oggi è un altro pianeta.
Oggi dici calcolatrice scientifica e ti sputano in un occhio. Ti tirano fuori l’iphone e ti scaricano l’app con dentro Zichichi.
La pagella, si diceva.
Se ci pensi è un metodo di perdono.
Avevi un certo tempo.
Allo scadere del tempo si mettevano sulla bilancia gli errori e le toppe e si tirano le somme.
Se sgarravi potevi metterti sotto e recuperare. Riuscire a stare a galla.
Il metodo della pagella potrebbe essere una specie di perdono per le stronzate fatte.
Hai sbagliato? Rimedia, e l’errore ti sarà perdonato, dipende da te.
Oggi sono stato perdonato per una cosa di ieri. Sulla fiducia insomma. Niente pagelle, niente medie, niente tempi d’attesa se non una lunga interminabile notte troppo appiccicosa per mantenere una posizione stabile sotto le coperte.
E’ la seconda volta che mi capita quest’anno.
Finchè sei tu con te stesso le cose filano lisce. Monotone, deprimenti, senza senso magari. Ma lisce.
Ti autoconvinci di aver trovato un equilibrio, un modo giusto di agire, di vivere la vita.
Tutto questo va a puttane non appena inizi a confrontarti con qualcuno.
E più lasci scivolare qualcuno nell’anima, più ti ritrovi a fare i conti coi tuoi lati oscuri. Bella scoperta.
Forse ti eri sopravvalutato un po’, idiota.
Ho perdonato tante volte, negli ultimi anni, ma sono passati fiumi e fiumi d’acqua sotto i ponti, prima di ritrovarmi nel ruolo opposto.
E’ strano, non sono abituato, non sono abituato a ricevere. Non me lo merito neanche, credo.
Però lo accetto.
Lo accetto e ne faccio tesoro, perchè il tempo delle pagelle è roba da dinosauri, e grazie a Dio non torna più.
(Post n.0159) Cronaca di un weekend
7 luglio 2010Sabato c’era questo motoraduno.
Odio i motoraduni.
Intendiamoci non ho niente contro i motoraduni, ognuno ha diritto di fare quel che cazzo vuole del suo tempo libero, e io non dovrei star lì a giudicare.
Proprio così. Tira dritto per la tua strada senza sprecare tempo ed energie a criticare gli altri.
Non ti piace qualcosa? Non farla.
Non ti piace qualcuno? Non frequentarlo.
Questo se il mondo fosse a due colori.
Eccolo qua il mio annoso problema: sfumature.
Mi COSTRINGONO a partecipare ai motoraduni.
Ok nessuno mi punta una pistola alla tempia, e non è manco per soldi che lo faccio.
E’ una questione di gruppo, e di rispetto se vogliamo.
Un gruppo, di qualsiasi natura, implica dei compromessi.
Questo se vuoi che il gruppo funzioni.
Vuoi l’anarchia? Infilati nel culo la punta dell’Imalaya, e restaci qualche anno, o anche un po’ di più se preferisci.
Ma quaggiù le cose funzionano diversamente.
Non puoi sperare che teste diverse pensino all’unisono, siamo uomini non diapason.
Agli altri del gruppo piace suonare ai motoraduni, e io non posso tirarmi indietro, NON VOGLIO tirarmi indietro.
Perchè mi piace suonare, perchè in 15 anni di musica non mi è mai capitato di veder FUNZIONARE qualcosa come questo gruppetto del cazzo.
Tre anni sulla strada e non perdiamo un colpo.
E qui torniamo al punto iniziale della questione: odio i motoraduni, e con qualcuno devo pur sfogarmi.
Mi dispiace che sia toccato a te, ma puoi sempre cliccare su “x”.
Odio i motociclisti che vanno ai motoraduni.
Odio i loro giubbotti di pelle, i loro tatuaggi, le loro stazze, le loro barbe, le loro toppe, i loro stivaletti.
Odio i loro modi maschi, le pacche sulle spalle, le birre in mano, i loro discorsi.
Odio vederli così fieri di ritrovarsi, il modo in cui caricano di testosterone ogni gesto, odio i panini con la porchetta, gli arrosticini e la coca cola annacquata.
Odio vederli smarmittare con la moto, mi ricorda quando nello spogliatoio ci si tirava fuori l’uccello per vedere chi l’aveva più lungo.
Io non l’ho mai fatto, e non me ne vanto. Tornassi indietro cambierei tutto.
Alfredo era ripetente, e in terza media aveva il cazzo peloso, il mio era liscio liscio come un wurstel.
Nello spogliatoio se lo tirava fuori.
Poi i suoi scagnozzi immobilizzavano Massimo, gli tiravano giù i pantaloni, le mutande, e vedevi fuoriuscire questo pisellino rosa e spelacchiato come il mio.
Ridevano tutti tranne me, e Massimo, ovvio.
Esci dalla terza media e pensi è fatta, adesso avrò a che fare con gente un po’ più adulta.
E invece ti accorgi che il bisogno di mostrare l’uccello finisce solo con l’ingresso nella bara.
Fare body building, farsi tatuare il Titanic scala 1:1 sulla schiena, diventare presidente del consiglio, indossare divise, comprarsi il suv, smarmittare con la moto, guidare a 15 Km/h in città coi finestrini abbassati e il rap a palla, montare l’alettone di un Boeing sulla Mini Cooper, non importa, il messaggio è uno solo: “c’è un pisello sotto queste mutande (e però non lo uso)”.
La parte tra parentesi è un mio pensiero.
A ben vedere anche i cimiteri sono pieni di cazzi sfoggiati, basti guardare certi mausolei.
Tornando ai nostri motoradunati: smarmittano.
Si comprano la moto per mostrare la moto, per far vedere quanto smarmitta la moto, e quanto è lucida la moto, e quante borsette stile indiano del cazzo ci sono appese sopra.
Amo le moto.
Amo le loro forme, la loro reattività, il modo di cavalcarle, ma soprattutto amo il concetto di libertà che gli ruota attorno.
L’idea di attraversare un paesaggio senza filtri, di viverlo, di respirarlo, di toccarlo, di sentirlo scorrere dentro, di esserne parte.
E naturalmete poter superare in scioltezza la coda generata dal maledetto trattore.
Non credo ne avrò mai una, perchè comporta troppa manutenzione, troppa abnegazione, troppo tempo che non ho o che preferisco dedicare ad altro, come ad esempio scrivere un post che non merita pubblicazione.
Perchè è un post scorretto, questo.
Parlar male di gente che non fa male a nessuno.
Prendermela con i motociclisti mentre brunetta è libero di entrarmi in salotto dal tubo catodico.
In piena fase digestiva tra l’altro.
Loro invece non fanno niente di male.
Si incontrano, si misurano i peni, si ubriacano e si salutano.
E lo fanno tra loro, scegliendosi posti isolati, senza rompere le palle in giro.
Cazzi loro, per me sono dei coglioni, così come lo sono tutti quelli che si raggruppano perchè ascoltano un certo tipo di musica, amano certi fumetti o certi telefilm.
Mi piacciono i Queen, li AMO, ma non me ne frega un cazzo di conoscere gente che ama i Queen.
Ci sono un sacco di stronzi, tra quelli che amano i Queen, e forse il primo della lista sono proprio io.
Ma non importa non è questo il punto.
Il punto è che sabato ho dovuto seguire il gruppo a questo dannato motoraduno.
Solito clichè.
Stand che vendono gilè di pelle, spillette del duce e stronzate simili.
Dio bono il duce.
Moto parcheggiate qua e là e barbe, tante barbe, e tatuaggi, e bandana, tutti fottutamente uguali, fotocopie di sé stessi.
E arrosticini.
E troie che fanno lo spogliarello.
Una bionda e una mora.
La mora con la panzetta, la bionda senza.
La bionda era una fottuta modella, una cosa meravigliosa, da appendere in salotto non scherzo.
La mora con le movenze porche, la bionda con le movenze da bastone in culo.
E’ la natura, la natura dà e toglie.
Ci hanno tagliato 2 pezzi per far salire le troie sul palco in orario.
“Svelti fuori di qua”, ci incalzavano i bodyguard/papponi mentre le troie iniziavano già ad agitare i culi e toccarsi le tette.
I bodyguard/papponi sono tutti uguali. Finti sguardi menefreghisti ma traboccanti di compiacimento.
Godono del fatto che tutti pensano “beati voi”.
Tutti tranne me, che penso li mortacci vostra.
Non ho manco potuto raccattare i miei pezzi, ho dovuto lasciare la mia roba sparpagliata sul palco.
Le troie hanno ballato con la colonna sonora di BonJovi, tra le altre.
Una canzone triste tratta da These Days, che parlava di cuori infranti, di lontananza, di mancanza, di un amore impossibile da lasciarsi alle spalle.
E sopra le troie che si strusciavano, e sotto tutti gli altri a guardare con la bava alla bocca.
Povero BonJovi.
Non capisco come sia possibile sbavare davanti due che ballano nude dopo tanti anni di chiambretti.
Mi sono recato alle panche, mi sono seduto nascondendomi dietro una nuca molto ampia e ho affondato la testa nelle braccia conserte sul tavolo. Buonanotte.
Lo strazio è durato un’ora circa, poi finalmente sul palco a raccattare gli strumenti.
Mentre me ne stavo in disparte a smontare i pezzi della batteria, un gruppetto di ragazze ubriache socializzava con qualcuno del gruppo.
Chiedevano quale fosse il mio nome e di dove fossi.
Una di loro ha richiamato la mia attenzione: “Andreaaa?”
- “sì?”
- “è vero che non sei abruzzese?” (aveva un tono deluso).
- “purtroppo è vero” ho detto pieno di rammarico.
poi ho aggiunto: “e non solo, a volte mi scaccolo il naso con le dita”.
Non mi ha più rivolto la parola.
(Post n.0138) Che giorno è?
7 marzo 2010Poco fa sono uscito di casa e entrato in Marzo con mani in tasca e sciarpa al collo.
Ho percorso la lunga discesa d’acciottolato che collega questo quartiere col centro pulsante della città sotto un cielo opaco. Tra le nuvole lontane si apriva uno squarcio da cui una sventagliata di luce ricadeva su di una montagna vulcanica irradiandola di colori caldi: sembrava un attore sotto un occhio di bue.
Ho smesso di sentirmi Giovanni Pascoli quando ho pensato che Giovanni Pascoli non è mai uscito di casa la domenica per andare a fare bancomat con i Queen sparati nelle orecchie.
Così ho fatto slalom tra vecchi e cacche di piccione e allungato il passo.
La piazza era gremita di gente che sembrava uscita dalla notte degli oscar, invece erano solo stati alla messa e si aggiravano per mercatini in cerca di cornici con occhi libidinosi.
Parliamo di gente di una certa età, di quelli con lo sconto del 20% ai centri commerciali.
“Giovani rammolliti”, ho pensato. “Saranno tutti chiusi in casa a dormire fino a mezzogiorno quando io alle undici e mezza ero già in piedi”.
Poi ne ho incrociato uno, un tipo ok, non fosse che in mano stringeva una mimosa.
Ho guardato la data sull’orologio: 7 Marzo.
“Mah. Ci sono! E’ un australiano che non ha cambiato il fuso”, e ho tirato dritto.
Poi ho visto una signora che camminava con un mazzolino di mimose in mano, poi un gruppetto di ragazze, sempre mimose.
Allora vi chiedo: che sappiate voi, hanno fatto qualche decreto stanotte che anticipa la festa della donna per farla coincidere con la domenica?